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La nostra valigia

Allora. È necessario rivedere un concetto. Quando si sente il bisogno di rinnovarsi, quando in giro respiri aria di cambiamenti, quando tutto ciò a cui ti affidi ogni giorno sembra essere della stessa consistenza di un budino, facciamo in modo di adattarci, di ridefinire i nostri spazi, di prendere la nostra vita in mano e scuoterla.

Così prendiamo il nostro bagaglio, la nostra veccia capientissima valigia e la svuotiamo completamente. Dapprima usciranno i nostri ricordi d’infanzia: qualche giocattolo e supereroe, poi svolazzanti usciranno disegni astratti dai colori sgargianti, tutti i denti da latte persi nei modi più stravaganti, i maglioni improponibili-perché-sennò-ti-ammali delle mamme e quelle orrendissime scarpe con i lacci che non sapevamo annodare, per non parlare dei mille grembiuli tinti qua e la di qualche macchiolina di pennarelli e tempere. Poi scivoleranno via le foto di classe dove c’era quel bambino che ti faceva tanto battere il cuore, le maestre bastarde e le bidelle carine e simpatiche che ti salvavano nei momenti peggiori.

A un certo punto ci ritroveremo tra le mani l’ultima lettera scritta a Babbo Natale, la stranissima sensazione nel chiamare una tizia che fino a poco tempo prima chiamavamo “maestra ”, “Professoressa” e di li a poco “Prof” e basta. Poi spunteranno fuori le prime foto con le amiche, quelle foto da guinness con il trucco e i tacchi delle nostre sorelle maggiori, la terribile sensazione d’inadeguatezza quando incontravi quel ragazzino a scuola e non c’erano altri mezzi di comunicazione al di fuori di piccioni viaggiatori e telefoni di casa. Per non parlare del sapore delle cioccolate calde o dei the alla pesca durante le passeggiate con le amiche per le vie commerciali, dell’orologio a cui puntualmente rimettevi le lancette indietro di una ventina di minuti per poi tornare a casa, facendo notare l’orologio con aria stupita e incredula rispetto alle furie dei genitori che ti aspettavano alle 7 e mezza a casa, delle manine morte piccole e tozze degli allora provoloni di turno mentre si era al cinema a vedere il film figo del momento, o di quei film i cui finali invece non hai mai avuto il piacere di vedere.

Frugando poi tra tutti i vestiti, tra le brutte copie dei compiti in classe di liceo, tra le note bizzarre sul registro di classe,  tra tutte quelle lacrime e tra i successivi sorrisi tra amiche, riusciamo a ritrovare il nostro primo cellulare, la password del nostro vecchio account MSN Messanger e un’infinità di carte usate per ricaricare il cellulare. Poi troveremo tutti i costumi vergognosi e inquietanti per Halloween e Carnevale, le torte di compleanno di un paio di kg, i pensierini stupidi che si fanno a Natale, un centinaio di calzette delle Befana piene di cartacce e residui di cioccolato, la gioia per  la prima notte che abbiamo dormito da un’amica e poi, dopo qualche anno,  il completino intimo comprato appositamente per “dormire-da-un’ amica”, che beveva alcolici, si faceva le canne se non altra roba  e magari era pure della Lazio!

Ci siamo quasi, eppure quante cose abbiamo tirato fuori da questa valigia!?

Mancano all’appello l’iscrizione a Facebook, la sensazione di sollievo dopo aver controllato i quadri e verificato di essere riuscito a prendere il diploma, la tensione per non conoscere nessuno all’università oppure la risata e la chiacchiera con la gente davanti alle macchinette automatiche del caffè, passando magari per maniaca di turno. I nuovi amori, le nuove conoscenze, le birre la sera e le sigarette ogni tanto (ahahahah!) tra una confessione e l’altra. Tutti i gossip, i primi soldi, i contratti a progetto e le sfuriate col capo, l’analisi, quelle materie che non ti va di studiare, quel tipo che ti piace un sacco, i viaggi magari anche all’Estero, nuovi screzi e perché no nuove riconciliazioni e tanto tanto altro.

Eccoci qui. Nel qui e ora. A onor del vero avevo fatto bene a definirla una capientissima valigia.

Beh c’è un sacco di roba in giro! Cerchiamo di carpire i cardini della nostra esistenza, cerchiamo un appiglio, riflettiamo su cosa eravamo e cosa può essere modellato, ci interroghiamo. Possiamo accarezzare le nostre cose con rabbia, nostalgia, amore, gioia insomma con un sentimento.  Ci sarà pur qualcosa alla quale appellarci per capire dov’è che ci sono dei limiti, quand’è che bisogna farsi da parte, quando invece non bisogna assolutamente risparmiarsi.  In questo momento le cose non sono il massimo, vanno un po’ così, svuotare completamente questa valigia, rivalutare ogni singolo evento, prendersi gioco della vita di tutti i giorni, forse può essere d’aiuto. Tanto per dire oggi mi sono tinta i capelli di un colore che non oso vedere sotto i raggi del sole come sia, ma questa è un’altra storia…

 

Ad ogni modo, questa lunga ricerca ci porterà a qualcosa, magari di buono. E al termine riporremo di nuovo tutto in ordine a partire dal sapore dell’ultimo calice di vino rosso, dalle stupidaggini dette in macchina, dalle incomprensioni, per passare poi alla vita da liceale, alle maschere imbarazzanti di Halloween e Carnevale, ai vari amori per la maggiore taciuti, alle figuracce che col senno di poi, fosse stato possibile, ci saremmo sotterrati,  ai grembiuli fino ad arrivare al primo regalo di Babbo Natale, ai giocattoli e ai supereroi.

Quando si sente il bisogno di rinnovarsi, quando in giro respiri aria di cambiamenti, quando tutto ciò a cui ti affidi ogni giorno sembra essere della stessa consistenza di un budino, facciamo in modo di adattarci, di ridefinire i nostri spazi, di prendere la nostra vita in mano e scuoterla.

Fold!

Sono qui più o meno da una decina di minuti e non faccio altro che cancellare con il backspace ogni santa lettera. Sul serio, non sapevo come esordire, ma alla fine eccomi qui, anche se non è il massimo almeno ho iniziato!

In questo momento non riesco a pensare ad altro che alla musica che sto ascoltando mentre sto scorrendo le dita sulla tastiera,  un brano very lounge di Ben&Johnson, “Slip into Something”, trovato per caso su Youtube. Così come avevo fatto all’inizio di questa farsa, ho realizzato che serve della musica anche per scrivere, o perlomeno per meditare su qualcosa.

La mia riflessione dunque parte con della (buona?) musica da una parte e tabula rasa dall’altra. Sì, perché, non è detto che per parlare di qualcosa si debbano avere per forza argomenti, si può anche star li a fissare il vuoto e pensare contemporaneamente al nulla e ad altrettante mille cose.

In particolare, mi piacerebbe andare ad indagare una sfera molto molto interessante della psiche, l’arte della manipolazione.

Rivedendo qualche episodio ho realizzato che spesso si è più machiavellici di quanto non si creda e questo si può sviluppare tramite la manipolazione, che in alcuni casi può essere anche cosciente.

Questo può avvenire, ad esempio, associando sistematicamente una serie di parole, o gesti, nel più delle volte, che portano il “soggetto” ricevente ad assumere una serie di comportamenti, che guarda un po’ erano già stati previsti. Cosicché la mente razionale (e un po’ su di giri aggiungerei) di chi architetta il tutto, possa agire in piena tranquillità senza bastoni tra le ruote.

Ok, fin qui nessuna piega. Ma che succede se i giocatori di questa specie di gioco d’azzardo si rendono conto ad un tratto di essere vittime di un grande bluff?

Si, perché effettivamente, col senno di poi, c’era quel qualcosa che non andava, che non era molto chiaro. E così ecco che nasce il più potente degli strumenti mai esistiti, il dubbio.  Frase fatta: “Il dubbio è peggio”.

Sì e lo è ancor di più perché in questo caso si instilla da entrambe le parti, finché non arriva il momento di pareggiare i conti, quando si dice che i nodi vengono al pettine. In questo caso le cose si posso risolvere in due modalità sostanzialmente: o ci si vomita contro tutta la rabbia e il disprezzo per la condizione poco carina che si è venuta a creare, oppure… ci si vomita contro tutta la rabbia e il disprezzo ma alla fine si ricostruiscono insieme le fondamenta di un  nuovo rapporto, lasciando correre ciò che è stato, rifugiandosi nel “ciò che è passato, è passato”. Sono più che certa che pochi sarebbero i coraggiosi a scegliere quest’ultima opzione, visto il considerevole calo di stima, fiducia e quant’altro che comporterebbe una situazione del genere.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Per chi la pratica quest’arte dunque, è vero che il fine giustifica i mezzi, sì, ma a quale prezzo?

Rivedere le aspettative

Sul serio, parliamone.                                                              

Ultimamente non faccio altro che partorire pensieri che per me hanno una detrminata e verificata logica ma alla fine scopro che succede esattamente tutto il contrario.

Ora, essendoci della logica sembrerebbero essere formulati in maniera corretta ma allora perché, dico io, perché le cose si evolvono esattamente nella maniera più sbagliata e stramba rispetto alle mie aspettative?

Cos’è, lo sconto residuo di una pena di qualche vita passata, il peccato originale? Certo che il conto mi sembra un po’ esagerato!

Facendo qualche ricerca su internet ho scoperto che il primo vero formulatore della lunga serie di leggi, fu l’ingegnere Edward Murphy che esordì con:

” Se ci sono due o più modi di fare una cosa,
e uno di questi modi può condurre ad una catastrofe,
allora qualcuno la farà in quel modo.”

Successivamente ci furono altri fedeli adepti che adattarono modi di dire a questo filone ironico e tragicomico di pensiero, fino alla stampa di un vero e proprio manuale, che presto immagino acquisterò.

Non so come pormi di fronte a questa nuova idea. Mi sembra così assurdo! Avviene tutto il contrario, dico io, ma è mai possibile??

Il problema è che il mio pensiero non è poi così negativo, anzi! Forse dovrei dedicarmi al picchetto oppure alle scommesse: per esempio potrei pensare ed essere convinta di scommettere su un giocatore piuttosto che un altro e all’ultimo cambiare idea, così, tanto per ingannare il fato. Chissà, potrei provare!

Post-it mattutino

Pensieri mattutini… quindi niente di buono! Ho una totale avversione con tutto ciò che riguarda questa parte della giornata. Sul serio, cos’è che rende la gente felice di prima mattina? Io non capisco. Cosa c’è di bello a svegliarsi presto, avere sonno per la gran parte della giornata e come se non bastasse trascinarsi con due borse stampate in faccia? Per non parlare di quel sole che ti accalda e ti mette in evidenza tutti i difetti. Certo non dico che tutti siano ipocriti, ci sarà un cristo a cui piaccia davvero sentire l’odore e i suoni del mattino, ma per la maggior parte della gente mi sembra solo un’affannarsi a rincorrere i gusti altrui.

 

Detto questo, oggi è nuvoloso e  nonostante dovrei essere contenta, (beh proprio contenta no, magari un pochino perché non fa più molto caldo), sono un po’ irrequieta. Forse è un po’ di tristezza residua o magari semplicemente noia.

Credo di aver un po’ esaurito la carica, low low battery. Penso di avere i piedi in troppe scarpe, troppa carne al fuoco, mi sento un po’ spaesata a dire il vero.

Confidando nella forza del caffè, credo che chiuderò la faccenda andando a bermene una tazzina.

 

 

 

 

 

post-it

Entrando nell’area zen che c’è in ognuno di noi, mi sono permessa di prendere un caffè con me stessa.

Mi ero persa o forse sto vagando (errando in realtà) ancora verso nuove mete, avevo bisogno di fare il punto per così dire: il fulcro di tutto ciò è che sostanzialmente le cose mi potevano andare molto ma molto peggio.

Nuova vita, aria fresca.

Questi pensieri sconnessi che ho sono dovuti al fatto che non sto pensando a cosa scrivere, ma sto scrivendo mentre penso. Chi meglio di me potrebbe intuirmi del resto…

Ho fatto un patto, una specie di Fight Club e trattandosi di una novità, voglio scoprire come andrà a finire, senza pretese, senza disattendere ciò che potrei aspettarmi. Fondamentalmente è più una scommessa che non altro e io, io, ho deciso di puntare. Dietro le quinte non si sta male, per carità, ma fatemi vedere che c’è dall’altra parte del palco, un giorno, un’ora! E allora giochiamo =)       

Prima regola del Fight Club: non parlare del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non si deve parlare mai del Fight Club.

In attesa di un lieto fine vado a schiarirmi le idee sotto il getto tiepido della doccia.

Eccomi qui, al rapporto!
Proprio perchè ho deciso di chiamarlo così, sono le 5.50 di mattina e sono proprio di passaggio.
Ultimamente vengo qui spesso, come se fosse quella casa calda e accogliente di cui hai bisogno quando hai avuto una giornata storta. Un rifugio. Aria fresca.

Per far fede allo straccio di introduzione che ho scritto quasi un anno fa, mi trovo qui, con le dita che danzano su una tastiera perchè ho paura. Paura che questi maledetti pensieri mi sfuggano.

Da tempo avevo sepolto le ceneri di un’amicizia, avevo indossato la maschera migliore che avevo, mi ero cucita addosso un vestito che mi andava a pennello. Ebbene si, mio malgrado, come i poltergeist, sono riemerse tutte intere, razione doppia grazie!

Cosa direbbe il Dr. Lightman? Respiro lungo, pupille dilatate, sopracciglia un po’ aggrottate, braccia abbandonate a se stesse.

Ho scoperto che non è vero che siamo noi i soli padroni della nostra vita. Non è affatto vero.
Esiste la manipolazione. Non posso respirare sapendo che devo godermi ogni attimo perchè un dopo forse non ci sarà. Non posso respirare se ho la consapevolezza che potrei, dovrei abituarmi all’assenza o alla presenza di una faccia.
Questo non è un ospedale, io non sono un medico, non ho la facoltà naturale del distacco professionale. Questo succede se ovviamente c’è un affetto. E l’affetto c’è.

Non capisco, inseguire la corrente per chi? Per cosa?

E’ come essere un cane. Sempre in attesa del proprio padrone, ad aspettarlo fino a sera per giocarci un pochino, a leccargli le mani per confortarlo. In questo senso, mi piacerebbe essere più un randagio a questo punto!

Come scrissi qualche tempo fa vorrei, ma soprattutto dovrei attendere di essere addomesticata, come nel piccolo principe, ma questa è un’altra storia.

Un pò per sonno, un pò per malinconia, passo e chiudo qui la faccenda. Domani andrà meglio.

[Avrò fatto un errore di punteggiatura?]

Le mie foto

Questo spazio non l’ho abbandonato, è un po’ come fare ritorno a casa da lungo viaggio: è vero, l’attesa è tanta ma il momento migliore di quando ritorni è che ritorni. Perciò eccomi qui a scrivere su questi nuovi piccoli tasti, del resto avere un netbook è una gran comodità,lo dicono tutti.

Passo da momenti di grande riflessione a momenti in cui l’unica cosa a cui penso è il niente, e fondamentalmente questo impegna molto a livello mentale.

Ora, la cosa che mi spinge ad essere qui oggi, in questo momento, è un pensiero che non riesco a scardinare dalla testa: per esempio, ora vorrei avere tra le mani una macchinetta fotografica, magari una di quelle a metà tra una reflex e una digitale.

Si,  mi rendo conto che detta così probabilmente non ha molto senso, ma penso di poterlo spiegare. Chiacchierando tra amici, ogni tanto capita che si discuta di argomenti topici come uomini e relative relazioni con il resto del mondo.  Ma da dove nasce tutto? Da dove prende forma e in che modo viene plasmato?

La storia che mi hanno insegnato è che prima ci si piace fisicamente e poi eventualmente si passa oltre, al livello mentale.

Devo ammettere che  non faceva una piega fino a che ci ho creduto,  fin quando non ho scoperto quella vecchia e maledetta canaglia del fascino.

Il fascino è tutt’altra cosa, è un brutt’affare, ha un sorriso beffardo, ha uno sguardo magnetico e non appena ti guarda, ecco lì che è fatta.

Dico sempre che per me è come un po’ una fotografia:c’è quell’attimo in cui con gli occhi si immortala un sorriso, uno sguardo, un gesto, un’espressione del viso. Ma è solo una manciata di istanti. Certo, vorresti che durassero di più ma se inizi a rincorrerli, uno ad uno, non fai in tempo a raggiungerli, sono già finiti.

Sono ricordi e basta. Come si fa a ricordare tutti i ricordi?

Così da un certo punto in poi, nel corso degli anni, ho accolto questo pensiero, l’ho plasmato e ho lasciato che prendesse potere nella mia testa.

Mi sarò innamorata per dieci, cento, mille volte almeno in un solo giorno, in una sola ora, in un solo secondo, sedotta e abbandonata. Si beh, giusto il tempo di attraversare una strada, girare l’angolo!

Però devo ammettere che per quanto alle volte rimanga senza fiato,  mi lascio coinvolgere, e forse un po’ stravolgere ma non mi dispiace per niente! In fondo stiamo parlando di emozioni, di godersi il più possibile la vita, perché precludersi? Proprio l’altra sera ho avuto il piacere di “scattare una foto” ad una delle più belle e inaspettate scene che abbia mai visto… quando si dice “neanche nei film!”. Devastante. Disarmante. Surreale.

 

Superficialmente ho pensato che una macchina fotografica potesse aiutarmi nel mio intento ma a ripensarci, è il cervello la reflex in hd con più grande memoria mai costruita.

E il cranio è la sua camera oscura.  

Quando succede, tutto avviene con estrema discrezione, nessuno sa nulla, nessuno si accorge di nulla, nessuno andrà a dire a nessuno che gli è parso di essere stato paparazzato, come queste parole che non andranno in giro, non faranno sentire la loro voce, che molto probabilmente resteranno qui, solo per me.

Spero di aiutarmi col fosforo semmai decidessi di sfogliare un album!

Il fattore N

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima volta che son passata di qua [pessimo gioco di parole!]…sapete alle volte si è troppo indaffarati persino per se stessi e poi soprattutto c’è il fattore N.

Il fattore N è altrimenti conosciuto come NonMiVa ma può essere articolato con locuzioni del genere NonMiVaAssolutamente o più gergalmente usato come NonMePia. Chi è di Roma e dintorni coglie sapientemente il senso e tutto ciò che ne deriva.

Ad esempio oggi, ma come del resto anche tutti gli altri giorni, avrei dovuto incollare la faccia sul libro e studiare a raffica, depilarmi, capire come funziona la nuova piastra comprata da una settimana e di già impolverata sulla sedia di noce accanto all’armadio, rispettare la dieta (ahimè si!), fare la lavatrice dei panni scuri e soprattutto occuparmi delle finanze che rasenteranno il rosso sulla prepagata che ho neanche da due mesi. Non mi andava molto di fare tutte queste cose l’ultimo giorno libero. Veramente non mi andava affatto .

Invece l’unica attività alla quale riesco a dedicarmi spassionatamente è diventata quasi uno status: vedere, rivedere, ricercare, scaricare telefilm su telefilm! Si beh, ci sono cascata in pieno con tutte le scarpe ma non riesco a farne a meno, probabilmente presto rasenterò la sociopatia.

Il fatto è che mi lascio corteggiare dallo sguardo di un personaggio, da uno stupido gesto, da una battuta pungente, e perchè no, anche dalla banalità di quello che sto per scrivere: dall’assoluta bellezza di gran parte dei protagonisti. Basta veramente un’inezia ed ecco lì, è fatta. Sono loro per sempre, finchè ultima riga di sceneggiatura non ci separi.

Beh e poi ci sarebbe una serie televisiva che mi ha colpita più di tutte ma prima di poterla commentare…beh ecco…vado a vedere come va a finire! 

Auggguri!

 

Sei arrivata infine al tesoro
che non è certo un lingotto d’oro,
ma non c’è bisogno che ti dica
che è rimasta un’ultima fatica:
quali son le donne più fiche di questo pianeta,
simpatiche, argute, ma che non hanno niente dell’atleta?
insomma: le autrici di questi versi
che ti hanno rifilato trucchetti perversi =)??
Finalmente senza dubbio e senza inganno
non ci resta che augurarti tanti auguri di buon compleanno!!!!!

Numero 2

Era febbraio, ormai il penultimo giorno del mese ed era  stata una serata tranquilla terminata con una chiacchiera e una birra sotto casa, niente di particolare insomma.

Così rincaso e mi infilo nel letto e sogno, contenta che il giorno dopo avrei passato un’altra serata tra amici.

La sensazione che provavo era indescrivibile: stavo volando sopra un mare di un blu zaffiro e l’unica cosa che separava la mia pelle dall’acqua era l’aria. Non so il perché , ma stavo volando!

Era già questo un impeto di emozioni per l’incredulità di quello che mi stesse capitando, per l’avverarsi del mio sogno di bambina, per la bellezza di quel colore accogliente del mare, per l’odore dell’aria leggera.

Appurato che per quanto potesse ingannarmi la mente tutto quello era reale, approdo in un lembo di terra che non sembrava troppo lontano e con un balzo mi ritrovo nel verde.

Cammino, esploro questo bosco che mi si srotola davanti e osservo tutto ciò che c’è da osservare, le foglie delle piante che sono enormi, dei fiori bellissimi che non ho mai visto né in natura né sui libri con le forme tribali più svariate, quasi avessero intuito vagamente che adoro l’etnico.

Sembra abbia appena piovuto perché si sente odore di pioggia ma il cielo non è plumbeo, anzi, è radioso perché il sole, narciso com’è,  si specchia sulle foglie e sui fiori e su quel mare.

La natura verde e prosperosa che mi circonda muta lentamente in un deserto che non è troppo caldo né troppo desolato. Adesso di fronte, ho dune di sabbia finissima, distese e distese accompagnate qua e la da sassi.

Cerco di capire quale sia la duna più alta e non appena la trovo mi ci fiondo con una corsa che non mi stanca neanche, salgo lungo la cima della duna e quando raggiungo la vetta, lo scenario intorno a me cambia ancora: ora che sono in cima  posso vedere bene tutto il paesaggio e quello che vedo è totalmente candido; noto che il mio fiatone si inizia a notare visibilmente con un fumo bianco che mi esce dalla bocca e il bianco delle nevi mi incanta e mi travolge. Sorrido di tutto quel bianco e azzurrino dei laghi ghiacciati, sono in pace con i miei sensi.

Mi godo quel tempo che immagino come l’ultima volta sia molto poco prima di cambiare ambiente, anche se va di bene in meglio, standomene per un po’ seduta su una piccola roccia sporgente che sembrava m’aspettasse. Decido di scendere la montagna perché forse c’è altro da vedere, non mi sorprenderebbe del resto. Ci metto un po’ a scendere ma alla fine ce la faccio e poggio i miei piedi su quelli che dovrebbero essere i piedi della montagna, ma non appena le do le spalle mi accorgo che…puff! Ora sono altrove ma è bello lo stesso.

Fa più caldo ma non è una sensazione eccessiva. Sono in una spiaggia con una sabbia molto fina e più il la c’è una collina che penso di raggiungere perché il vento me lo suggerisce trascinandomi i capelli in quella direzione. Mi incammino anche perché ci sono delle rocce altissime sparse qua e la che mi incuriosiscono perché mi ricordano qualcosa.

Affretto il passo e le raggiungo e rimango di stucco: quelle che credevo essere ammassi di rocce scure ora noto che hanno un volto ed è un volto che conosco molto bene, sono delle moai. Le moai che io sappia appartengono ad un’unica isola, l’Isola di Pasqua, che appartiene al Cile.


Mi è tutto chiaro, ora comprendo perché abbia visto quei paesaggi tra loro cosi diversi paradossalmente in un solo lasso  spazio-temporale,  ma il mio fiume di pensieri viene bruscamente interrotto.

Le statue che mi ritrovo davanti iniziano a dare segni di cedimento prima con delle piccole crepature e poi cadendo orizzontalmente sulla collina. La terra inizia a tremare in un modo spaventoso e vorrei avere vie di fuga ma non saprei dove andare anche volendo.

Quanto vorrei che ora cambiasse lo scenario intorno a me! Cerco persino di riprendere il volo come avevo fatto all’inizio ma non succede nulla, la terra che ho sotto i piedi ho l’impressioni che si spacchi da un momento ad un altro e vicino all’acqua del mare non mi ci posso avvicinare perché se poi venisse uno tsunami…Oddio sono in trappola! Spero che l’ira della Terra si spenga presto io per ora mi sono accucciata vicino ad una roccia lontano dalle statue. Ho paura.


Mi svegliai e notai che era ancora troppo presto per alzarsi, mancavano ancora quattro ore! Così mi misi a leggere un libro, per riprendere sonno.

 

 

 

 

 

 

La mattina del 27 febbraio 2010 una grandissima scossa di terremoto ha fatto tremare il Cile e ha innescato uno tsunami che si è propagato in tutto l’Oceano Pacifico. La scossa di intensità 8,8 gradi della scala Richter è stata fortissima ed è durata oltre un minuto. Il sisma è avvenuto alle 3:34 locali (le 7:34 in Italia), quindi a notte fonda.Gli effetti sono stati devastanti.

 

 

 

 

Come ho detto all’inizio, era febbraio, il penultimo giorno del mese. Era dunque il 27 del mese, dello scorso anno, vale a dire il 27 febbraio 2010. Quando mi svegliai erano circa le 3:30 del mattino, vale a dire mezzanotte circa in Cile.

 

 

 

 

 

La notizia la appresi quando per caso ascoltai un radiogiornale e ricordo di non averla presa troppo bene.

 

 

 

Come ho accennato nel precedente post, sono convinta che ci debba essere un significato.

 

 

Ci sto ancora lavorando.

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